Acque Verdi

foto di Edy Droz

Sfogliando alcuni volumi nella Biblioteca Regionale di Aosta, troviamo una ricerca svolta più di 200 anni fa da un nobile studioso francese, il quale tratta di un fenomeno naturale che tutti i mar - oulèn conoscono bene: la sorgente "de l'eve verda" in località Laveyc.
Siamo alla fine del '700 (appena prima della Rivoluzione Francese) e nei paesi dell'Europa occidentale ci troviamo in pieno Illuminismo, movimento ideologico e culturale teso a portare i lumi della ragione in ogni campo dell'attività umana allo scopo di rinnovare non solo gli studi e le varie discipline, ma l'intera vita sociale. In quest'ottica si inseriscono le osservazioni del conte Saint Martin de La Motte, membro dell'Académie Royale des Sciences di Torino sotto casa Savoia, che racconta così la sua esperienza a Saint - Marcel:
"Siccome uno degli obiettivi che l'Accademia si propone nelle sue importanti ricerche, è quello di perfezionare la conoscenza della storia naturale del Paese, credo di essere in dovere di concorrervi per quanto me lo permettono le mie poche conoscenze scientifiche.
Durante un'escursione che feci l'estate scorsa (anno 1784) in Valle d'Aosta, ebbi l'occasione di fare numerose osservazioni che erano sfuggite in parte agli occhi di molti naturalisti. Ma riporterò solamente quella a proposito di una fonte, come la più interessante.
Questa fonte, che viene chiamata fontaine verte a causa del colore del suo deposito, non è molto conosciuta, trovandosi in un luogo poco frequentato se non dai pastori che vi conducono le loro greggi durante due - tre mesi all'anno: nonostante ciò, un chimico molto abile aveva visto questa fontana prima di me e aveva fatto qualche osservazione; ma non avendo trovato del rame e non avendo avuto probabilmente il tempo di osservare attentamente il deposito credette fosse un muschio molto fine, mentre invece è composto in gran parte da rame privato della sua componente infiammabile e mineralizzato all'aria.
Mi recai a questa fonte il 21 luglio scorso; fui estasiato dal colpo d'occhio che presenta il vallone dove si trova: non credo che una natura così feconda e varia possa offrire uno spettacolo più gradevole; l'entrata del vallone è molto stretta e montagne si innalzano su ogni lato; cascate d'acqua riempiono di terrore al rumore che fanno, ma tra tutto questo spicca questa sorgente che pare di smeraldo, soprattutto quando il sole la illumina con i suoi raggi. [...]
Questa fonte si trova a sud della città di Aosta, a circa 5 ore di distanza, nella parrocchia di Saint - Marcel sulla destra della Dora. Essa sgorga tra due montagne molto elevate, che formano un vallone laterale alla valle centrale: queste montagne sono in parte calcaree e in parte scistose; quella che si trova sulla destra della fontana è in gran parte composta da mica riempita di granati; vi ho trovato anche delle tracce di schorl con granati. In cima alla montagna si trova una miniera di rame attualmente sfruttata e che viene chiamata filon de Molère; questa miniera, così come il resto della montagna, è ricco in granati; sarebbe auspicabile che lo fosse altrettanto in rame.
La fonte si trova a 594 tese sul livello del mare (Tesa: antica misura di lunghezza che vale 6 piedi, cioè circa 2 metri); essa sgorga da una grande roccia calcarea che sembra essersi staccata dall'alto della montagna ed ha coperto una parte del letto della fonte stessa; l'acqua uscendo crea un volume del diametro di un piede all'incirca (N.d.T.: poco più di 30 cm): essa è trattenuta da delle grosse pietre che attraversano il suo corso e da rami di abete e larice che cadono dagli alberi vicini. Essa si estende per 6 - 8 piedi (N.d.T.: 2 - 2,5 metri) nei punti più larghi e dopo aver percorso 150 tese (circa 300 metri) tra le rocce e attraversato pendii scoscesi, si perde nel torrente del vallone di Saint - Marcel, da cui prende il nome.
Il legno, le pietre, il muschio, tutto ciò che viene bagnato da quest'acqua è coperto da uno strato di terra verde, dove più e dove meno, a seconda che l'acqua scorra più o meno rapidamente; si nota la colorazione verde persino nei punti in cui l'acqua fa mulinello e si crea la schiuma, ma di colore meno intenso.
Curioso di assicurarmi se era veramente una componente vegetale a produrre questo deposito, ne esaminai attentamente un po' con una lampada, ma non potei scoprire nessuna traccia di vegetale; vi versai sopra qualche goccia di alcale volatile e lo vidi colorarsi di blu; non dubitai allora un istante sul fatto che il suo colore non fosse dovuto al rame e che l'acqua non fosse così rameica: avendo provato con l'alcale volatile vidi con stupore formarsi un precipitato bianco senza dare alcun indice di blu.[...]
Avendo dell'acqua di calce, ne versai mezza bottiglia su una quantità uguale di acqua della fonte, per assicurarmi se contenesse dell'aria fissa; si produsse un leggero precipitato che filtrai al mio ritorno ad Aosta e che misurai 2,5 grani (antica misura francese di peso) ciò che indica che l'acqua ne contiene una piccola quantità; inoltre essa non ha il benchè minimo gusto acido.
Presi in seguito 8 bottiglie di quest'acqua e una certa quantità di deposito che feci portare a Torino per gli esperimenti di cui renderò conto."

A questo punto è interessante notare che il conte La Motte consulta gli abitanti di Saint - Marcel e chiede loro maggiori informazioni sull'eve verda. I risultati delle testimonianze raccolte furono i seguenti:
"Domandai agli abitanti del posto qual era la loro opinione su questa sorgente (poiché il fatto di vedere lo stesso fenomeno tutti i giorni li rende osservatori a loro insaputa e al Naturalista non resta altro che discernere la verità dal pregiudizio che la nasconde ai loro occhi); essi mi assicurarono che nel periodo di scioglimento della neve l'acqua era più sporca del solito, ma che la portata era sempre costante e che qualche volta, soprattutto in autunno dei piccoli rivoli della stessa acqua, lasciano lo stesso deposito in altri punti più distanti dalla fonte più grande; in effetti ne vidi colare due non più grandi di una penna per scrivere e un'altra che lasciava un deposito bianco in piccola quantità. Vidi anche le tracce di una terza colata che si era originata, a quanto mi dissero, nella primavera precedente.
Quanto alla qualità dell'acqua, la gente crede che sia malsana per gli animali perché non cercano mai di berne e se ne bevono, provoca loro dei dolori. Se queste affermazioni sono esatte, non saprei attribuirle ad altre cause se non alla sua eccessiva freddezza (il termometro in acqua misurava 4,5°C, mentre era a 12°C fuori dall'acqua), che può disgustare gli animali e provocargli dolore se ne bevono, dato che ciò che contiene non può arrecare nessun danno. Non direi altrettanto del deposito, perché se qualche animale lo leccasse potrebbe risentirne."

Effettuando tutta una serie di analisi chimiche sull'acqua, il nostro ricercatore giunse ai seguenti risultati:
"Vi parlerò ora degli esperimenti effettuati sull'acqua:
1) il suo peso specifico sta a quello dell'acqua distillata come 1006,5 : 1000;
2) non cambia la colorazione di tornasole e neppure il foglio tinto con il Solanum baciferum ; quindi essa non è né acida né alcalina;
3) l'alcali di Prussia e la tintura di noci di galla fatta con lo spirito di vino non produce nessun precipitato, nemmeno aggiungendo qualche goccia di acido; non contiene quindi alcuna sostanza metallica;
4) la dissoluzione d'argento non produce nessun precipitato, segno questo che non contiene acido marino;
5) la dissoluzione della terra pesante prova, da un precipitato considerevole, l'esistenza dell'acido vitriolico che è ancora dimostrata dal turbine minerale che si forma per la dissoluzione del mercurio;
6) l'acido di zucchero provoca un leggero precipitato di terra calcarea;
7) l'olio di tartaro fa lo stesso effetto;
8) l'alcali volatile, un precipitato assai considerevole che è del magnesio, o della terra d'allume, non potendo essere della terra calcarea visto che l'alcali volatile di cui mi sono servito era caustico.
Da questi dati emerge che l'acqua contiene dell'acido vitriolico, della terra calcarea, della terra magnesiaca, oppure dell'argilla o ancora le due insieme.
Ho in seguito analizzato il deposito lasciato sulle rocce, prendendo 100 grani di terra ben secca e polverizzata, [...] ed ottenendo che risulta composto da:
1) una parte estrattiva vegetale, piuttosto accidentale, poiché dipende dalle piante che l'acqua incontra al suo passaggio;
2) circa 1/3 di rame;
3) 1/5 di argilla;
4) 1/10 di terra silicea;
5) una piccola quantità di terra calcarea."

La relazione illustra altre osservazioni che il conte La Motte opera sul campo:
"Ho parlato di una miniera di rame che viene sfruttata nella parte alta della montagna da dove sgorga la sorgente dell'acqua verde: questa miniera, che a quanto pare è stata sfruttata già dai tempi dei Romani, non è un semplice filone che segue la stratificazione della montagna, come possono essere le miniere di La Thuile o altre, ma è una montagna di rame e pirite rameica coperte da roccia di diverso genere. Traggo questa conclusione dal racconto che mi fece un minatore assicurandomi che non era riuscito a percorrere tutte le gallerie che affondano nella montagna a delle profondità enormi, nonostante faccia questo lavoro da 40 anni.
Supponendo che la sorgente venga dall'interno della montagna, potrebbe attraversare dei banchi di minerale decomposto e trascinare del materiale per forza meccanica; credetti all'inizio che il deposito fosse dovuto ad una efflorescenza delle pietre sulle quali scorre l'acqua; ma fui presto convinto del contrario osservando che, benchè di natura differente, esse ne sono tutte ugualmente ricoperte, così come il legno che viene bagnato da quest'acqua.
Credo che le particelle di rame essendo più pesanti precipitino e rotolino secondo la forza dell'acqua che le trascina, nello stesso modo in cui i grandi fiumi portano con sé le grandi pietre; oppure può essere che le particelle sono trasportate solamente durante un certo periodo dell'anno, come durante lo scioglimento delle nevi in cui l'acqua è più torbida del solito; solamente da un lungo periodo di osservazioni sullo stesso sito sarebbe possibile chiarirci su questo punto; la qual cosa sarebbe possibile solo grazie a qualche abitante del posto.
Resterebbe da esaminare tramite quale mezzo la natura operi la decomposizione del materiale della miniera e come riduca il rame in calce e la privi di zolfo e arsenico che abbondano nella miniera. Vorrei finire questa mia ricerca con un'esposizione succinta dei risultati ottenuti dall'esame di alcuni pezzi di roccia della miniera. Avendone sottomesso qualcuno all'azione degli agenti ordinari, ho trovato che essa contiene una grande quantità di zolfo e un po' di arsenico; questo la fa rientrare nella classe delle piriti (solfato di ferro, chiamata anche oro degli sciocchi, per la sua somiglianza con il nobile metallo). D'altronde, noto che la maggior parte delle piriti precipitano agevolmente in efflorescenza all'aria libera, per l'associazione di questo elemento con l'acqua: in questa operazione della natura il rame si riduce in calce e questa calce, oggi lo sappiamo, ha una grande affinità con l'aria secca e in combinazione con questa produce, indurendosi, la malachite (minerale carbonato di rame) come dimostrato dall'abate Fontana; non c'è motivo di dubitare che il deposito in questione si trasformi in malachite molto dura se ne avesse il tempo; ma l'acqua, passando con rapidità trascinando il deposito che ha solamente il tempo di aderire debolmente alla roccia, impedisce questa combinazione.
Per il resto, ho trovato tra i depositi che ho raccolto, qualche pezzo indurito delle dimensioni di una lenticchia [...]. Quanto all'argilla e alla piccola quantità di magnesio, credo si possano attribuire alla decomposizione delle rocce scistose sulle quali l'acqua scivola e che contengono sempre questi due tipi di terra. Sarebbe auspicabile trovare qualche frammento di malachite; la mia opinione sarebbe allora confermata. Le mie speranze diventeranno forse realtà con il tempo, se scendendo nelle gallerie superiori si raggiunga il filone dove passa l'acqua che dà origine alla sorgente verde."

Con questa speranza, si chiude l'esposizione dell'esperienza del conte di Saint-Martin de La Motte che ci ha illustrato un modo di compiere ricerche ed esperimenti a cui si fa riferimento ancora oggi.