Il pane

Il pane è sempre stato uno degli alimenti essenziali per la vita dell'uomo. Una volta era indispensabile fare il pane a casa poiché i mezzi economici erano molto limitati e la possibilità di comperare del pane bianco era rara. Nel nostro paese, ad esempio, vi era del pane bianco soltanto la domenica, ma le famiglie che potavano goderne erano pochissime. Da quanto detto finora si può capire l'importanza di questo alimento, attestata anche dalla grande presenza di forni e mulini sul territorio, testimonianza di una pratica molto diffusa in Valle d'Aosta. Per raccogliere le informazioni sono stati intervistati alcuni abitanti del villaggio di Seissogne.

Le coltivazioni

Le coltivazioni più diffuse nel territorio di Seissogne erano il grano, la segale (blö) e il frumento (frumen), che poteva essere di due tipi: quello seminato in primavera e quello seminato ad Agosto. Quasi tutti gli abitanti del villaggio possedevano almeno due o tre campi, che coltivavano alternando i suddetti cereali per evitare un impoverimento eccessivo del terreno.
Il prodotto giunge a maturazione in estate, viene tagliato a mano con l'utilizzo della feui-églie e raccolto in covoni. Questi sono lasciati essiccare al sole, nel campo, per un giorno o due, in seguito sono portati nel fienile.
In caso di pioggia i covoni devono essere girati affinché secchino onde evitare che ammuffiscano poi, per essere trasportati, vengono posti in teli legati, il cui peso poggia sulla nuca e sulle spalle del portatore.
Una volta giunti al fienile, i cereali sono lasciati essiccare almeno per un mese e a fine luglio (verso la festa di S. Anna, 26 luglio) vengono battuti da gruppi di donne e uomini. I covoni sono portati nella piazza (grandze), aperti e sparpagliati. Gli uomini battono il grano con il flèy per farne uscire i chicchi; in seguito le donne girano le spighe e si ripete il procedimento fino a quando queste ultime sono completamente svuotate del loro contenuto.
La piazza è poi ripulita mediante una scopa di betulla: gli scarti sono rastrellati, posti in un telo e nuovamente portati al fienile, mentre i chicchi vengono posti nel vân. In questo modo si separa il "buono" dalle impurità residue. Il grano viene poi posto in sacchi (sac dè rîta) e pesato: tale operazione permette di stabilire a priori il numero di pani. Ad esempio un quintale di farina permette di sfornare circa 100 pani. Gli scarti rimasti nel fienile, vengono utilizzati nelle stalle come lettiera per il bestiame, in particolare in autunno ed in inverno per i vitellini. Dei cereali quindi non si spreca niente.
Attualmente le fasi sopra descritte sono meccanizzate grazie all'uso della bateusa, della vâneusa e del trattore.

La preparazione del pane nero

La preparazione e la cottura del pane rappresentavano uno degli appuntamenti più importanti a cui l'intera comunità partecipava con grande impegno.
Tra la macinazione dei cereali e la preparazione del pane non doveva trascorrere molto tempo, per evitare che la farina perdesse il suo aroma e venisse infestata dai parassiti (dzèr-è) e mangiata dai topi.
Solitamente il pane veniva preparato quando la luna calava, poiché cotto in questo periodo si conservava meglio. A Seissogne il pane veniva fatto circa tre volte all'anno, per un totale di circa 50/60 fornate, in occasione della Pentecoste (maggio), di Santa Barbara (4 dicembre) e della Santa Croce (2^ domenica di settembre). Durante la Pentecoste era abitudine che una famiglia del villaggio preparasse del riso al latte da distribuire ai poveri insieme a dei quarti di pane nero. Ogni anno la famiglia prescelta doveva pertanto preoccuparsi di fare anche una fornata in più. Essa inoltre passava il testimone, rappresentato da un mazzo di fiori (bousquet), ad un'altra famiglia durante un pranzo "in società". Il bousquet in genere non veniva consegnato a coloro che non disponevano di mezzi economici sufficienti. Ancora oggi il giorno di Pentecoste si rinnova questa tradizione, anche perché vi è il detto che in caso contrario la roccia soprastante Seissogne cadrebbe sul villaggio, distruggendolo.
In occasione della festa di Santa Croce oltre al pane nero venivano cotte delle torte di pere, fontina e riso. Le torte cuocevano per circa sette ore.
Il pane solitamente veniva fatto nel pillio in cui la temperatura non era inferiore a 30°C. Gli ingredienti occorrenti per l'impasto erano: la farina, il lievito e l'acqua salata, scaldata a circa 60°C, per compensare con il freddo della farina. Il "lievito naturale madre" (lèvan) doveva essere preparato il giorno prima; si impastava della farina con dell'acqua e si lasciava all'aria in un ambiente umido, in modo che i microrganismi presenti ne facilitassero la fermentazione. Questo composto di pasta acida funzionava da agente lievitante quando era immerso in un nuovo impasto di farina ed acqua. Questa operazione era svolta con le mani all'interno di una madia. In seguito la pasta, prima che si screpolasse, veniva posata su un tavolo ben infarinato, tagliata con una paletta e lavorata dalle donne che ne facevano dei panetti. Durante la lavorazione una parte dell'impasto, corrispondente a circa due pani, era conservata per le fornate successive come lievito naturale. I panetti ottenuti avevano una temperatura di circa 25°C e per fare in modo che la pasta rimanesse morbida li si copriva con un telo. Successivamente questi venivano posti su delle assi per essere portati al forno per la cottura.
Nel processo della panificazione si dava molta importanza anche all'aspetto formale; infatti i pani dovevano avere una giusta forma e una adeguata infarinatura. A questo proposito si racconta che quando un giovanotto cercava moglie andasse a controllare come le ragazze modellavano i pani per giudicarne l'abilità nel compiere questa operazione fondamentale per l'economia famigliare.
Ancora oggi la preparazione del pane rappresenta un momento di socializzazione e di festa. In questa occasione infatti alcune famiglie si riuniscono e, aspettando la cottura del pane, si raccontano delle leggende, degli episodi divertenti avvenuti in paese, cantano e tutti insieme consumano il tradizionale casse-croûte.